domenica 15 novembre 2009
Gente che non sta al guinzaglio - Articolo pubblicato sul ilsussidiario.net
In un periodo in cui dominano gossip e scandali, sembra particolarmente arduo anche veder descritta con realismo la vita delle realtà sociali e il loro rapporto con il mondo pubblico. L’Italia è purtroppo ancora vittima dei famigerati cinquant’anni successivi alla sua raggiunta unità, in cui l’ideologia massonica e laicista ha cercato di stravolgere una tradizione italiana dove vigeva una mentalità “sussidiaria” capace di valorizzare l’iniziativa diffusa e operosa della gente e dei corpi sociali.
Esponente di spicco di questa ideologia fu Crispi che nel 1891 giustificò l’espropriazione dei beni ecclesiastici teorizzando il diritto dello Stato di avere il monopolio dell’assistenza ai cittadini. Nessuno disconosce il valore dello stato sociale, i livelli minimi garantiti di assistenza e l’universalità dei servizi ma, come acutamente afferma Pierpaolo Donati, ciò ha significato «rendere irrilevanti le relazioni fra i consociati, sminuire l’importanza delle comunità e formazioni sociali intermedie, anche come soggetti di cittadinanza, limitare il pluralismo sociale, in sintesi svalutare la socialità della persona umana, anche e precisamente come elemento costitutivo del welfare»: è l’avvento dello Stato hobbesiano nel mondo del welfare.
Oggi, quella mentalità da Italietta post risorgimentale continua nello statalismo di una certa destra, in parte del mondo di sinistra svincolato dalla sua tradizione popolare e sociale e in un certo mondo cattolico senza identità e perciò succube della mentalità dominante. Così, in questi ben individuabili ambienti ha continuato a dominare l’idea che qualunque intervento del privato e del privato sociale nell’assistenza, nella sanità, nell’educazione, nel tempo libero sia portatore di interessi particolari in contrasto con il bene comune.
Non si capisce che ci possa essere un pubblico non statale, una capacità di dare un apporto al bene comune anche quando, sotto il profilo giuridico, si appartenga al diritto privato. Misconoscendo la realtà storica e il valore del principio costituzionale della sussidiarietà (art. 118), non si vuole ammettere che esistono ideali della persona che possono essere al servizio di tutti, in quella dimensione di gratuità e di dono sottolineata dall’Enciclica Caritas in Veritate.
Eppure il nostro Paese è popolato di opere sociali di origine religiosa e laica, di centri di formazione professionale, vecchi e nuovi, nati dal privato sociale, di realtà sportive, di associazioni a difesa della natura che nessun ente pubblico saprebbe mai far nascere. Non si vuole ammettere che il desiderio di verità, giustizia, bellezza educato da movimenti ideali, attraverso la costruzione di opere sia in grado di perseguire, almeno insieme allo Stato, il bene comune. Sembra che ci si sia dimenticati della battaglia per l’autonomia delle fondazioni di origine bancaria: realtà di diritto privato che la Corte costituzionale, nelle sentenze nn. 300 e 301 del 2003, ascrive tra «i soggetti dell’organizzazione delle libertà sociali».
Nell’ottica statalista sopra citata, qualunque forma di organizzazione sociale, qualunque movimento, qualunque realtà organizzata deve essere vista con sospetto. Dovrebbero esistere solo l’individuo e lo Stato, e il rapporto tra i due dovrebbe essere mediato solo da qualche padrone del vapore mediatico e da qualche intellettuale illuminato che, come demiurghi tra la terra e il cielo, indicano ai cittadini, ridotti a burattini, quali sono i comportamenti virtuosi da tenere.
Allo stesso modo è vista come una minaccia l’iniziativa di qualche lungimirante e purtroppo ancora isolata amministrazione che, per evitare che i servizi siano erogati da un welfare state inefficiente, inefficace e costoso, e ispirandosi a interventi tipici della sinistra europea di tipo blairista, cerca di rendere le persone e le realtà sociali protagoniste del welfare; e in quest’ottica, attraverso sistemi di voucher, fa sì che i cittadini scelgano gli erogatori di servizi più capaci di rispondere ai loro bisogni tra quelli accreditati in base alla loro qualità.
Questo sistema, che attua una reale democrazia, evidentemente ridà potere reale ai cittadini e impedisce altresì che i politici di turno possano favorire in modo clientelare alcune realtà a loro più vicine, al di là della loro qualità. Dovrebbe essere, questo, un sistema che trova il plauso di intellettuali, politici e operatori dei media che amano davvero il bene comune.
Invece, contro il parere favorevole del popolo (vedi enorme consenso al cinque per mille: nel 2007 lo hanno devoluto 15.618.714 italiani) c’è chi, ideologico o disonesto, considera troppo pericoloso che esista gente che non sta al guinzaglio e per questo, senza alcuna correttezza e verifica reale dei fatti, diffonde notizie scandalistiche.
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martedì 10 novembre 2009
Il giudice Mirabelli: così si alimenta l'intolleranza - Articolo pubblicato sul sussidiario.net
mercoledì 4 novembre 2009
Il pluralismo e la libertà religiosa sono sanciti dalla nostra Costituzione ma questi principi, dice la Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo, sono di fatto smentiti dalla presenza dei crocifissi nelle aule scolastiche. Ora l’Italia farà ricorso contro la sentenza della Corte europea, che intende difendere «l’obbligo di neutralità religiosa nel contesto dell’istruzione pubblica obbligatoria». Lo stato italiano, in altre parole, non può imporre credenze religiose. Di nessun tipo. «Ma siamo sicuri - dice Cesare Mirabelli, ex presidente della Corte costituzionale - che la neutralità dello stato non diventa la via per escludere la dimensione religiosa dal panorama pubblico?»
Professore, una sua valutazione a caldo della sentenza?
È una sentenza molto articolata. Con un paradosso: vuole tutelare la libertà religiosa ma alimenta l’intolleranza. Perché valorizzando la libertà negativa di religione tende a escludere ogni simbolo religioso, e perciò a privilegiare la posizione di chi si colloca su un versante di esclusione più che di inclusione.
Ha avuto modo di scorrere le motivazioni. Che idea si è fatto?
La sentenza è fondata su due elementi. Il primo è l’articolo 2 del primo Protocollo addizionale alla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, che afferma il diritto all’istruzione. E questo diritto dev’essere non solo garantito a tutti ma lo stato, nell’esercizio delle propri funzioni in campo educativo e nell’insegnamento - dice questa disposizione - deve rispettare il diritto dei genitori di assicurare l’educazione e l’insegnamento secondo le loro convinzioni filosofiche e religiose. Quindi anche secondo le convinzioni non religiose, evidentemente.
Per lo stesso motivo, però, è compreso anche il diritto dei genitori che vogliono impartire un’educazione religiosa a non vedere espunta la presenza di questo simbolo, il crocifisso, dal panorama educativo…
Esatto. La cosa è bilaterale. E l’altra norma alla quale si riferisce la sentenza è la libertà di coscienza e di religione, l’articolo 9 della Convenzione. Ora, mi pare che la sentenza non tenga conto - o meglio lo fa, ma ritiene l’elemento irrilevante - del fatto che la presenza del crocifisso nelle scuole ha, come aveva sostenuto il nostro Consiglio di Stato, una pluralità di significati. Esso assume un valore profondamente religioso per il credente, ma al tempo stesso manifesta valori della nostra civiltà che non si impongono né richiedono alcun atto di culto o di adesione. C’è solamente la presenza di questo simbolo in luoghi pubblici.
È proprio quello che si contesta.
Ma basta questo per dire che diventa un’imposizione che limita il diritto dei genitori, e che viola la laicità dello stato? O piuttosto la neutralità dello stato non diventa la via per escludere la dimensione religiosa dal panorama pubblico? Ma se così fosse, la neutralità contraddirebbe se stessa.
Come può, si chiede la Corte, un simbolo «ragionevolmente associato con il cattolicesimo», servire al pluralismo educativo»?
Il pluralismo educativo significa prendere atto delle realtà che ci sono e proporle, metterle in discussione, non imporle. Dalla sentenza risulta paradossalmente una sorta di intolleranza perché esclude che ci possa essere qualcosa di diverso da me nel panorama nel quale io mi muovo. È assurdo ed è l’esatto contrario dello scopo che la sentenza aveva, ma è il risultato al quale si giunge in modo coerente.
Secondo lei la memoria italiana finita sul tavolo della Corte è solida?
Ne conosco solo gli elementi che emergono dalla lettura della sentenza e mi pare che si rifaccia in modo molto articolato a quanto espresso dal Consiglio di Stato. Fu proprio il Consiglio, decidendo su questa materia, a ritenere che il crocifisso è simbolo altamente religioso per chi ha questa convinzione spirituale ma è anche, per tradizione storica e realtà della nostra identità, un elemento con un forte valore civile, anche simbolico. Dunque non necessariamente ha per tutti lo stesso significato. Anche lo stato laico, ha detto il Consiglio di Stato, può avere questo simbolo nei luoghi educativi. Ma la Corte non l’ha pensata così.
Quali saranno secondo lei gli effetti di questa sentenza?
Può essere l’occasione per sviluppare quella coscienza critica sulla quale proprio la sentenza insiste così tanto. Siamo di fronte ad una grande opportunità educativa e questo mi fa chiedere se alla fine non debba essere la scuola, al suo interno, a trovare un approccio e una soluzione ragionevole ad un problema culturale e sociale così importante.
A parte le sorti del ricorso che il governo farà, lei dice, quel che rimane è una lezione per tutti.
Ci troviamo a dover riflettere sulla garanzia della libertà della persona, che dev’essere rispettata al massimo, e sulla tolleranza, che significa comprensione e non esclusione. Il luogo principe di questo metodo è proprio la scuola.
Non le pare che l’ipotesi culturale che sottostà alla sentenza della Corte sia quella della laïcité alla francese?
Si intravede forse la legge sul divieto dei simboli religiosi indossati dagli studenti. Ci troviamo di fronte a due diritti: il diritto dei genitori che vogliono un’educazione che abbia l’elemento religioso e il diritto dei genitori che non lo vogliono. Ma tolleranza non vuol dire “spegnere la luce”. Va ripensata la laicità, la libertà ed evidentemente le garanzie, perché come bisogna affermare le garanzie che ci sono per il credente, così vanno affermate le garanzie che ci sono per il non credente.
Può un simbolo unire anziché dividere?
Sì, e mi sembra che nel nostro paese il crocifisso sia stato finora più un elemento di riflessione che di imposizione, e quindi di educazione alla tolleranza. La sua presenza non richiede atti di culto. Esso mantiene l’evidenza di una tradizione palpabile nelle strade del nostro paese, nella sua arte e nella sua storia. Questa tradizione non mette però al riparo dal rischio. Una presenza del crocifisso che si segnalerebbe subito in maniera intollerante, se volesse imporre alcunché
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CROCIFISSO/ Sbai, musulmana: ecco perché l’Europa cancella se stessa - Articolo pubblicato sul sussidiario.net
giovedì 5 novembre 2009
Da laica, interpellata sul tema del crocifisso, devo dire che la sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo rappresenta un campo minato. Ma mi sembra che non tutti riescano a comprendere la portata culturale di questo pronunciamento.
Prima che essere un simbolo religioso, il crocifisso rappresenta la cultura, la memoria e l’identità dell’Italia e dell’Occidente. E quando si arretra su questo terreno vi possono essere due pericolose derive: il laicismo e l’estremismo. L’Italia è sì uno Stato laico, ma il principio di laicità dello stato non deve diventare la bandiera di un laicismo sprezzante della cultura di tutta una civiltà.
Una sentenza simile presenta un grande deficit: non tiene conto del senso storico e della consapevolezza culturale di un’Italia che è stata, volente o nolente, l’incubatrice della Cristianità. Vorrei a tal proposito ricordare che i regimi totalitari del Novecento - nazismo nel suo periodo di ascesa e comunismo - hanno tentato di spazzare via i crocifissi dalle aule scolastiche e dalla storia europea, l’uno attuando la cosiddetta “guerra dei crocifissi”, l’altro tentando di cancellare Gesù Cristo dalla Storia dei Paesi dominati. In tal modo attuando un’operazione di de-semantizzazione e di conseguente distruzione del senso di una civiltà.
Se le moderne istituzioni democratiche europee si fondano sulla sconfitta dei totalitarismi del Novecento, non dovrebbe la Corte europea dei diritti dell’uomo considerare che le tragedie dello scorso secolo sono state provocate attraverso meccanismi di deprivazione del significato, nella sua accezione più squisitamente semantica, dell’identità culturale di popoli che ritrovavano il loro proprio senso entro la matrice culturale del Cristianesimo? È questo il vero pericolo, il maggiore, insito in una sentenza che intende negare attraverso un’interpretazione giurisprudenziale ciò che gli uomini e la Storia hanno costruito in millenni di civiltà: smarrire le proprie radici, erodere il proprio senso culturale, essendo così condannati alla lunga notte dell’oblio.
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sabato 24 ottobre 2009
Mauro: smascherato il disegno anti-Berlusconi - Articolo pubblicato su il sussidiario.net
E’ finita col botto la seconda ed ultima puntata dello scontro sulla libertà d’informazione in Italia innescato dall’Italia dei Valori e iniziato lo scorso 8 ottobre con un dibattito-farsa durante la seduta plenaria di Bruxelles. Un dibattito svoltosi in un’aula semideserta, impietosa dimostrazione che di fronte ad una discussione nata da palesi premesse di finzione, il 90% degli eurodeputati stranieri hanno preferito occupare in altro modo quella parte della loro mattinata. Finito il dibattito, l’aula di Bruxelles ha ricominciato la sua vera attività e come per incanto, i banchi registravano il tutto esaurito.
Mercoledì scorso il Parlamento europeo ha ribadito il concetto: bocciata con 338 voti contrari (335 favorevoli) la proposta di Risoluzione che ha ancora come promotori i dipietristi. Con quel documento avrebbero voluto sollecitare ulteriormente la Commissione europea a prendere decisioni punitive nei confronti del nostro paese appellandosi in maniera delirante agli articoli 10 della Convenzione europea sui diritti umani e all’articolo 11 della Carta dei diritti fondamentali dell’unione europea, articoli concernenti appunto libertà di espressione e pluralismo dei Media.
Insieme agli alleati del PD sono tornati a premere sul tasto del conflitto d’interessi di Silvio Berlusconi, utilizzando questo argomento come scusa per chiedere alla Commissione europea che imbavagli una volta per tutte il Governo italiano in carica. Quasi una richiesta di legittimare a livello europeo la battaglia di diffamazione in corso entro i nostri confini.
Ma la questione bizzarra è che nella loro Risoluzione hanno ricordato a tutti l’identico tentativo già andato a vuoto nel 2004, quando ebbe luogo un’altra discussione sulla libertà d'informazione in Italia, mentre al Governo c’era casualmente Silvio Berlusconi. Anche in quell’occasione votammo una risoluzione analoga.
Dopo la vittoria della sinistra nel 2006, come per miracolo il problema è scomparso. L’Italia sotto la guida di Romano Prodi era tornata ad essere un esempio di democrazia e di pluralismo. Così come successe allora la Commissaria Viviane Reding ha già messo in chiaro che non c’è alcun motivo per accogliere richieste il cui fondamento nella realtà è inesistente. Per tutte queste ragioni abbiamo assistito ad una sconfitta tremenda e senza appello per la sinistra italiana.
La delegazione italiana del Popolo della Libertà è stata capace di spiegare al Parlamento Europeo che non c’era un contenuto vero dietro la risoluzione sulla libertà di stampa facendo capire anche alla sinistra europea che seguendo ciecamente le proposte della sinistra italiana sarebbe andata incontro ad un vero e proprio suicidio politico. Il Partito popolare europeo dal canto suo ha vinto dimostrando una compattezza senza precedenti in difesa del Presidente Berlusconi, grazie anche agli interventi di alcuni autorevoli colleghi straneri, come l’ungherese Szajer che ha spiazzato tutti quando ha rivelato come un ministro (del governo di centrosinistra) del proprio Paese aveva mandato in galera un giornalista.
E’ stata una colossale presa in giro perchè il casus belli di questa battaglia politica, è stata proprio la causa per diffamazione intentata da Berlusconi contro i giornali che lo diffamano da quando è sceso in politica. Non c’è stato neanche bisogno di ricordare ai paladini della libertà d’informazione in Europa delle cause contro i giornali di Lamberto Dini, Massimo D’Alema e Romano Prodi.
Sono convinto che il voto di mercoledì ci permetterà di aprire un dibattito serio sulla concentrazione dei media in Europa.
E’ nell’interesse di tutti un impegno sul fronte di un dibattito di questo tipo, anche per verificare la posizione dominante di alcuni giganti dell’informazione come il gruppo Murdoch, che vale 32 miliardi di dollari, o il gruppo Bertelsmann da 17 miliardi. Questi sono enormemente più influenti del gruppo Mediaset che vale 5 miliardi, ma che fino a qualche giorno fa sembrava essere l'unica minaccia per la libertà di informazione. Smascherato il disegno anti-Berlusconi
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martedì 20 ottobre 2009
Hanno detto/Religione, l’ora della discordia - Articolo pubblicato sul Mattinale
“Mi dispiace - dichiara l’esponente del Pdl - ma non sono affatto d’accordo con la proposta lanciata dall’amico Urso e poi non credo che sia questa la strada per favorire l’integrazione. Piuttosto mi sembra un modo per favorire una forma di ghettizzazione e frammentazione della società che va nella direzione opposta”.
“Inoltre - si chiede Lupi - perchè non insegnare anche il buddismo, l’induismo? Perchè non dare un’ora a scientology o ai Testimoni di Geova? Mi sembra fin troppo evidente che l’idea di Urso crei più problemi che soluzioni”.
Islam/Cicchitto: la proposta di Urso non mi convince
“La proposta dell’onorevole Urso non mi convince per varie ragioni. In primo luogo, essa interviene a freddo aprendo una questione delicatissima rispetto ad un sistema, quello dell’insegnamento facoltativo della religione cattolica con possibilità degli alunni di non aderire, che, come hanno osservato il Rabbino capo Di Segni e il professor Israel, ha finora trovato un suo equilibrio”.
Lo sottolinea il capogruppo alla Camera del Popolo della Libertà, Fabrizio Cicchitto.
“In secondo luogo - spiega Cicchitto - mentre la Chiesa cattolica ha una sua unità, il mondo mussulmano è variegato e contraddittorio: chi sceglierebbe gli insegnanti? In terzo luogo, se ci si inoltrasse lungo questo terreno, perchè questa scelta non dovrebbe riguardare anche gli alunni di religione buddista, induista o di altre religioni ancora? In quarto luogo, emerge quello che per me è una questione di principio: perchè si dovrebbe introdurre l’ora di insegnamento della religione per i bambini musulmani e non un’ora di insegnamento della religione ebraica per i bambini ebrei che sono anche italiani?”.
“Per il sottoscritto – prosegue - la discriminazione nei confronti dei bambini ebrei rende questa proposta inaccettabile in via di principio”.
“Infine conclude Cicchitto - la condizione di disuguaglianza che comporterebbe la proposta di inserimento dell’ora di religione islamica aprirebbe seri problemi di natura costituzionale”.
Islam/Maroni: no all’ora di religione nelle scuole
“La lega è nettamente contraria alla proposta di inserire l’ora di religione islamica nelle scuole italiane”. Lo ha ribadito il ministro dell’Interno, Roberto Maroni.
“Anche perchè - ha spiegato Maroni - mentre l’ora di religione cattolica rappresenta un’entità, la Chiesa, che ha una sua gerarchia, dei valori ben chiari, ben definiti, che si possono trasmettere, quello dell’Islam è un mondo tutto diverso. L’imam intepreta il Corano liberamente, non c’è una serie di dogmi, non c’è un messaggio chiaro da trasmettere. Se, come penso fosse nelle intenzioni di Urso questa misura serviva per migliorare l’integrazione, siamo tutti d’accordo ma questo - ha concluso - è certamente il modo più sbagliato di farlo”.
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ESCLUSIVA/ La storia di mia figlia Holly, uccisa dalla Ru486 - Articolo pubblicato sul Sussidiario.net di Monty Patterson
L’ultimo giorno di Holly
Io, Monty Patterson, ho sentito per la prima volta parlare del mifepristone, o RU-486, il 17 Settembre 2003, il giorno peggiore della mia vita.
Mi arrivò una chiamata, quella mattina presto, mentre ero al lavoro: un’infermiera mi disse che mia figlia diciottenne, Holly, era in ospedale e in condizioni molto serie. Mi precipitai all’ospedale che era vicino a Livermore, alla periferia di San Francisco, dove io e Holly vivevamo. Una volta là, la trovai nel reparto di terapia intensiva, a mala pena cosciente, troppo debole per parlare, pallida, con la faccia gonfia, e che respirava a fatica.
Era una cosa assolutamente senza senso. Holly, una splendida bionda con gli occhi azzurri, era una fanatica del fitness in perfetta salute. Mentre le stavo accanto, il dottore arrivò e spiegò frettolosamente: «Stiamo facendo tutto il possibile per lei, ma potrebbe non farcela. Queste cose a volte accadono come conseguenza della pillola». Ero completamente disorientato: «Come, scusi? La pillola anticoncezionale?». Chiesi. «No, la pillola abortiva». Replicò il dottore. Scioccato, gli chiesi: «Di che cosa sta parlando? Quale pillola abortiva?».
Il dottore si rese conto che brancolavo completamente nel buio. Spiegò brevemente che Holly si era sottoposta a una “interruzione precoce di gravidanza” con la somministrazione doppia di mifepristone (nota come Ru-486) e di misoprostolo. Disse che stava soffrendo di un aborto incompleto e di un’infezione massiccia. I suoi organi vitali cominciavano a non funzionare più e i suoi polmoni si stavano riempiendo di liquido. «Shock settico», mi fu detto.
Poco dopo la crisi aumentò. Le condizioni di Holly deterioravano rapidamente; i monitor attorno a Holly cominciarono a suonare l’allarme. Sentii le parole: «Codice blu!», e fui fatto uscire dalla stanza. Non riuscendo a reggere oltre, a un certo punto irruppi nella stanza e spostai la tenda.
Porterò quell’immagine nella mia mente per il resto della mia vita. Lo staff dell’ospedale stava lavorando freneticamente per salvare la fragile vita di Holly. Qualcuno stava premendo sul suo torace cercando di rianimarla, le venivano somministrati dei farmaci e i monitor continuavano a suonare. La linea di Holly era piatta. Tutti mi guardarono increduli e costernati. Holly era morta, appena prima delle 14:00.
La morte di Holly ci lasciò tutti scioccati. Non sapevo cosa pensare a parte il fatto che c’era qualcosa di terribilmente sbagliato. Volevo scoprire cos’era successo e fare qualcosa in merito.
Gli avvenimenti
Nell’Agosto 2003, Holly Patterson, allora diciassettenne, aveva scoperto di essere rimasta incinta dopo un rapporto col suo ragazzo, di sette anni più grande. Il 10 Settembre, poco dopo il suo diciottesimo compleanno, la coppia si recò in una clinica di controllo delle nascite per terminare la sua gravidanza di sette settimane. Alla clinica somministrarono oralmente a Holly 200mg di mifepristone (RU-486), che blocca l’ormone progesterone, necessario per mantenere una gravidanza. A casa, ventiquattro ore dopo, seguendo le istruzioni della clinica, inserì in vagina 800mcg di misoprostolo per indurre le contrazioni ed espellere il feto.
Il 13 Settembre chiamò la linea diretta della clinica di controllo delle nascite lamentando violenti crampi. Le fu detto che erano sintomi normali e di prendere l’antidolorifico prescritto dalla clinica. Il 14 Settembre, soffrendo ancora di crampi e sanguinamento, Holly si recò al pronto soccorso del centro medico di Pleasanton; i dottori del centro, ai quali disse dell’aborto, la rimandarono a casa con un’ulteriore dose di antidolorifici. I dolori continuavano. Holly era debole, vomitava, e non riusciva a camminare.
Alle prime ore del mattino del 17 Settembre Holly fu riammessa al pronto soccorso del centro medico, dove morì più tardi quel pomeriggio, il settimo giorno dopo aver cominciato la procedura d’aborto della RU-486 e giorno in cui era stata fissata una visita di routine per verificare che l’aborto fosse completo. Il 31 Ottobre 2003 il medico legale dell’ufficio di Alameda, California, emise un rapporto nel quale si concludeva che Holly Patterson era morta per shock settico, dovuto a endometriosi (infezione del sangue legata all’utero), causata dai farmaci utilizzati nella terapia dell’aborto indotto.
Le mie opinioni sulla RU-486
Penso che mia figlia non avesse avuto adeguate informazioni né sufficiente appoggio per affrontare un aborto da sola. I passi previsti dalla procedura possono essere troppo superficiali: la paziente prende una pillola, quindi è mandata a casa a fare il resto da sé. Ci sono troppe cose che possono andare storte.
RU-486 e misoprostolo sono una combinazione pericolosa da poter somministrare con sicurezza, se non altro perché è impossibile dire la differenza fra gli effetti considerati normali della sostanza e i possibili sintomi di una grave infezione. Alle donne viene detto che devono aspettarsi dolori addominali e sanguinamenti maggiori di quelli di un normale ciclo mestruale; inoltre, le donne che sono morte di infezione provocata dal batterio Clostridium Sordellii come conseguenza della pillola abortiva non hanno avuto febbre, un effetto collaterale normale per un’infezione, secondo quando affermato dall’FDA (Food’s and Drug Association, l’associazione americana per il controllo dei cibi e dei farmaci). Diventa quindi molto problematico per una donna capire se i suoi sintomi vanno al di là dei cosiddetti “normali effetti collaterali”.
Le donne e le loro famiglie devono sapere che la procedura dell’RU-486 può finire in una tragedia. Holly, a diciotto anni, era legalmente responsabile della sua decisione, ma cosa succederà con ragazzine di sedici anni o ancor meno? E comunque anche una donna sposata trentenne con due bambini ha perso la vita cinque giorni dopo aver preso la pillola abortiva.
Holly non si è forse resa conto che aveva di fronte altre possibili alternative e che la sua famiglia l’avrebbe sostenuta durante la gravidanza. I genitori dovrebbero comunicare con le loro figlie e porre la domanda che io vorrei aver posto: “Cosa faresti se tu avessi una gravidanza imprevista, e come pensi che io reagirei?” Assicuratevi che sappiano che siete lì per loro, non importa cosa accade. Holly voleva tenere il suo aborto segreto e credo che pensasse che avrebbe deluso tutti attorno a sé e che doveva portare questo peso da sola.
È un giorno molto triste quello in cui un padre seppellisce sua figlia perché le sono mancate conoscenze per fare una scelta cosciente e informata, ha sofferto in silenzio e ha pagato da ultimo con la sua vita. Forse sono state paura e vergogna che l’hanno portata a decidere che poteva prendere una pillola e far svanire tutto. Vorrei che me l’avesse detto, così avrei potuto aiutarla. Se solo mi avesse parlato, le cose sarebbero andate diversamente.
La mia lotta per la verità sulla morte di Holly
La lotta per la verità sulla morte di Holly ha significato per me che la sua morte non è stata vana, non è finita “sotto il tappeto”, non è diventata un altro dato statistico sugli accettabili effetti collaterali nell’avanzata del movimento in favore dell’aborto farmaceutico. La pubblicizzazione della morte di Holly è stata importante per informare il pubblico e aumentare la consapevolezza sui pericoli dell’aborto con la RU-486. Le donne possono fare scelte consapevoli se hanno informazioni affidabili e veritiere.
Si dovrebbero porre domande alle case farmaceutiche produttrici della pillola e mettere in discussione le dichiarazioni enfatiche dei loro sostenitori sul fatto che l’aborto con mifepristone e misoprostolo sia sicuro, efficace, e ben sopportato dalle donne. Anche dopo le morti e i danni causati da queste sostanze, i produttori e i loro sostenitori hanno dichiarato l’inesistenza di consistenti relazioni causali fra le medicine e queste rari casi di morte.
Conoscere la verità sulla RU-486 ha incoraggiato alcuni genitori e famiglie ad aumentare il dialogo coi loro figli sui reali rischi e pericoli dell’aborto farmaceutico. Se vi è la possibilità, le scelte di fronte a una gravidanza indesiderata dovrebbero prima essere discusse a casa col supporto della famiglia. I genitori preferirebbero che le loro figlie si astenessero dal sesso, e alcune così fanno, ma dobbiamo accettare che in realtà molte non lo fanno.
I danni e le morti dell’aborto farmaceutico non possono essere ignorati, soprattutto a livello normativo e tutto questo ha alla fine forzato FDA e produttori della pillola a una revisione delle dichiarazioni sulla sicurezza della RU-486, inserendo nell’etichettatura della pillola due avvertimenti sulle potenziali infezioni e sul rischio di morte. Questo è un inizio, ma non basta. Questa pillola ha proprietà farmacologiche che possono seriamente danneggiare o alterare il sistema immunitario di una donna, predisponendola a infezioni gravi e persino fatali. Quante donne devono morire prima che questa pillola sia tolta dal mercato?
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